Visita Pastorale

di CLAUDIO URBANO
Rivista Diocesana "Il Segno"


«Il tuo sorriso e i tuoi capelli / fermi come il lago...» Cantava così Ivan Graziani in Lugano addio, ricordando la sua amata sullo sfondo immobile del lago. «Andare, insieme, leggeri», è invece il dinamico leitmotiv che don Marco Usuelli ha coniato per la sua Unità pastorale sulle sponde del Ceresio, per ora ribattezzata scherzosamente "7Up", date le sette parrocchie che la compongono. Uno slogan che è quasi un programma pastorale, con cui peraltro si trovano pienamente in sintonia anche le altre tre Comunità pastorali che, insieme alla parrocchia di Brusimpiano, compongono il Decanato della Valceresio.

Pochi minuti a nord di Varese, e con ben due valichi che lo collegano al Canton Ticino, questo, dove l’Arcivescovo sarà in visita pastorale dal 29 maggio al 21 giugno, è un Decanato di frontiera, non solo per la posizione geografica. La comunità cristiana sta interpretando infatti con convinzione il compito, indicatole esplicitamente da monsignor Delpini già nel 2022, di sperimentare «strade nuove».

«Puntiamo tutto sulla missione», esordisce il decano don Claudio Lunardi, che guida la comunità "Madonna d’Useria" di Arcisate e Brenno, e a cui sono affidate, ora, anche la Comunità Pastorale San Carlo di Induno Olona e fino alla fine di questo mese di maggila parrocchia di Brusimpiano. «Convinti – sottolinea il decano – che per i cristiani essere missionari sia una questione non di necessità, ma di identità».

Oltre all'accento sulla missione, l’Arcivescovo 

aveva richiamato la corresponsabilità e la pastorale d’insieme, lasciando peraltro alle parrocchie la libertà di individuare le modalità concrete. Ma, con i parroci, era stato chiaro su un punto: «Non vi ho assegnato solo a una comunità e poi, se resta il tempo, al Decanato – aveva detto – ma il contrario. Vi ho mandati qui prima di tutto a servizio della valle, e poi delle parrocchie che vi sono affidate».

Resta dunque nelle mani della comunità il compito di capire quali siano queste “strade nuove”. Ma i parroci, intanto, sono convinti della “missione” loro affidata, consapevoli di non dover limitarsi solo ad aggiornare la situazione esistente; anche i laici sembrano condividere questo spirito, tanto che, per fare un esempio legato alla visita pastorale, i consigli pastorali si sono mossi con molte settimane di anticipo per discutere le domande da sottoporre all’Arcivescovo.


RESPONSABILITÀ CONDIVISE

Un percorso, questo, che naturalmente si confronta con le tante esigenze più contingenti della vita quotidiana: per le parrocchie “andare leggeri” significa, ad esempio, anche non scavalcare la realtà nei suoi aspetti più pratici, e non imporre una riorganizzazione calata dall'alto, neanche a quelle realtà che inevitabilmente vivono con più fatica il passaggio alla dimensione della Comunità pastorale e del Decanato.

Dato che, come ricorda don Marco De Bernardi, responsabile della comunità "Sant’Elia" (che riunisce i paesi di Viggiù, Clivio, Saltrio e Baraggia), alcune chiese hanno avuto lo stesso parroco anche per vent’anni o più. Lo stesso don Marco anticipa alcune domande che il suo consiglio pastorale presenterà all'Arcivescovo, entrando anche in questioni molto concrete. «La nostra comunità – chiedono i parrocchiani – ha alcune belle strutture: come potremmo avvicinare e invitare i ragazzi, accoglierli nei nostri spazi oratoriani vuoti? In che modo la Diocesi può concretamente utilizzare le sue risorse per aiutare le piccole comunità? Come incoraggiare il ricambio tra i laici che si assumono una responsabilità?». E, uscendo dalle mura della parrocchia, il tema del lavoro. «Viviamo in una comunità di frontiera, molte famiglie sono arrivate qui perché siamo vicini alle possibilità di lavoro della Svizzera, ma vivono in modo completamente estraneo alla parrocchia: come rendere le nostre parrocchie più accoglienti, anche per chi si sente ai margini?».

Sfide a cui la comunità cristiana sta rispondendo, appunto, attraverso la corresponsabilità e – come avviene sempre più spesso – investendo sul ruolo dei laici. In questi mesi sono state proposte quattro serate, molto partecipate, sui principali testi del Concilio Vaticano II, «per aiutare tutti ad avere una visione più chiara e profonda di cosa significhi essere Chiesa», sottolinea don Claudio.

Si lavora in modo unitario, in Decanato, alla formazione di chi anima i Gruppi di ascolto della Parola. Gruppi a cui, nel complesso, partecipano circa 250 persone, e che spesso, nota il decano, attirano anche chi vive meno assiduamente la vita di fede.

Ed è un gruppo di laici, nella parrocchia di San Paolo a Induno Olona, dove non c'è più un prete residente, a gestire la vita parrocchiale nei suoi aspetti più ordinari: dagli spazi agli aspetti economici, all’impegno a fare da tramite tra i parrocchiani e i sacerdoti. «Una formula scelta non per sostituire qualcuno o per fare tutto da soli, ma (come sta già accadendo) per coinvolgere altri, creare relazioni, coordinare volontari e far emergere i doni presenti nella comunità», sottolineano i responsabili. La parrocchia si arricchirà peraltro, a breve, di una nuova presenza di Chiesa. Con un percorso inverso a quello a cui siamo più abituati, a breve arriveranno stabilmente tre suore provenienti dal Camerun, Paese dove don Claudio è stato per otto anni.


LA MISSIONE DEI GIOVANI...

Si segue il principio della corresponsabilità anche nella pastorale giovanile, con un solo sacerdote, don Andrea Giuliani, che coordina un’équipe composta da due educatori professionali e due mamme che da tempo lavorano coi giovani. I responsabili incontrano una volta al mese il gruppo degli educatori per un momento di formazione, in modo da fornire loro tutti gli strumenti perché possano, poi, tenere gli incontri con i ragazzi delle medie o delle superiori, spiega don Andrea. Che sul piano delle strutture e dell'organizzazione aggiunge: «L’obiettivo non è creare il “parrocchione” della Valceresio, ma creare una struttura e una rete di relazioni che possano salvaguardare tutti i livelli, da quello parrocchiale a quello decanale».

Lo stesso ragionamento, sottolinea, vale anche per l'utilizzo degli spazi, sempre avendo cura che la più piccola realtà locale, che sia una parrocchia o una Comunità pastorale, non venga schiacciata dal livello ecclesiale superiore; e, dunque, cercando di creare le condizioni perché, soprattutto per i ragazzi delle medie, ogni oratorio possa restare un punto di riferimento.

L’obiettivo del prossimo anno è avviare un gruppo giovani a livello decanale; e, in prospettiva, si immagina un ruolo “missionario” anche per i ragazzi, facendo in modo, ad esempio, che gli oratori più grandi e strutturati possano aiutare ad animare anche quelli dei paesi più piccoli.

Anche l’Assemblea Sinodale ha concentrato le proprie energie sui giovani. Dopo un lavoro di rilevazione delle loro istanze condotto tra le scuole medie e tra i 900 studenti della scuola superiore di Bisuschio (l’unica della valle), l’Assemblea ha promosso l’avvio di uno sportello di ascolto psico-pedagogico affidato al Consultorio familiare "La Casa" di Varese: non un percorso di terapia, ma un supporto per quei ragazzi che stanno vivendo un lieve disagio psicologico o che sono in una fase critica della crescita, come si specifica nella presentazione del servizio.

Perché, osserva la signora Marisa Presutto, moderatrice dell’Assemblea sinodale, oltre ai casi di disagio più grave, «purtroppo non si affrontano mai le difficoltà dei ragazzi che consideriamo “normali”, ma che qualche problema lo vivono comunque». Attraverso un coinvolgimento delle famiglie e di tutti i soggetti che a vario titolo si dedicano ai giovani, il desiderio, evidenzia la responsabile, è fare un passo in più rispetto alle tante iniziative che già ci sono, ma che rischiano di restare estemporanee. E, soprattutto, riuscire a mantenere uno sguardo sui ragazzi anche quando non si "vedono" più nei paesi, magari perché, dopo la scuola media, frequentano le superiori fuori dalla Valle. Certo, avverte, «è un lavoro a lungo raggio», che va oltre l’aspettativa, magari non esplicitata, di qualche sacerdote, di vedere l’oratorio pieno.


...E QUELLA DEI FRONTALIERI

Abbiamo accennato alla fatica delle famiglie spesso dettata dai tempi del lavoro: chi abita in valle spiega che, per evitare il traffico all’ingresso della Svizzera, bisogna passare i valichi prima delle 7 del mattino. E, nei paesi dell’alta Valceresio, il 70-80% della popolazione attiva lavora oltre confine, quantifica Martino Gorno, ingegnere e consigliere comunale di Besano (tra quelli dell’Unità pastorale "7Up"), che da vent'anni lavora in Svizzera. «Tutti – sottolinea – abbiamo almeno un familiare che fa il frontaliere: per chi cresce qui è naturale, dunque, avere anche questa prospettiva». Lavorare in... Svizzera garantisce sicuramente un buon reddito, ma, allo stesso tempo, anche per meccanismi di tutela in parte diversi rispetto al mercato del lavoro italiano, «non di rado il frontaliere vive comunque il sentimento di essere "ospite"», confida Gorno. Che però legge in questa condizione anche un possibile motivo di testimonianza e di preghiera: «Nella nostra esperienza impariamo a riconoscerci come fratelli; possiamo pregare – è il suo auspicio – affinché il nostro esempio di "lavoratori ospiti", rispettosi e responsabili, possa essere riconosciuto e proposto come modello anche in contesti più ampi».

Sono oltre 60 mila tra le province di Como e Varese. Ma, osserva l’ingegnere, non sembra esserci un sentire comune della categoria. Anche per questo, sul piano ecclesiale, Gorno avanza l’idea di promuovere incontri dedicati in modo privilegiato proprio a questi lavoratori; incontri che, immagina, «potrebbero diventare un’occasione per favorire, attraverso la fede, la formazione di un gruppo più coeso». Un desiderio, questo, che evidentemente non è isolato; Marisa Presutto conferma infatti che, anche se per ora non c’è nessuna iniziativa definita, nel contesto dell’Assemblea sinodale è emersa la volontà di dedicare ai frontalieri un’attenzione particolare.

Infine, la responsabile anticipa un’altra idea dell’Assemblea, che potrebbe intercettare anche chi si muove per lavoro. «Abbiamo immaginato una sorta di “SOS spirituale”: in valle – ricorda – abbiamo veramente tante chiesette e cappelle, che sono però chiuse. Stiamo pensando a come organizzarne l’apertura, anche solo per un giorno al mese, in modo che, chi si fermerà lì, sappia che troverà già qualcun altro a pregare».